ANCHE I PADRI POSSONO AVERE I RIPOSI GIORNALIERI

Questa è l’interpretazione fornita dal Ministero del Lavoro, nella lettera circolare 16 novembre 2009, n. 19605 in merito all’applicazione dell’articolo 40, lettera c), del d.lgs. 151/2001 (Testo unico in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità) concernente il diritto al riposo giornaliero da parte del padre nel caso in cui la madre non sia lavoratrice dipendente. Si tratta di un ulteriore passaggio, che allarga le maglie delle ipotesi rientranti nella fattispecie della norma citata. Originariamente, secondo le indicazioni fornite dall’INPS (circolari n. 109/2000, 8/2003 e 95 bis 2006) si riteneva che il padre lavoratore avesse diritto ai riposi giornalieri – a parte le ipotesi più pacifiche, ovvero affidamento del minore al solo padre, decesso o grave malattia della madre o rinuncia da parte della madre lavoratrice – quando la madre fosse in ogni caso lavoratrice, ma non avesse la qualifica di “dipendente”, intesa quindi come lavoratrice autonoma,
imprenditrice, coltivatrice diretta, parasubordinata, libera professionista, ecc. In seguito, la
questione è stata più volta affrontata dalla giurisprudenza di legittimità, con la quale si è affermato un indirizzo secondo cui la donna casalinga, essendo in numerosi ambiti ordinamentali considerata come lavoratrice, in quanto impegnata in attività, può essere come madre distolta dalla cura del neonato. In tempi più recenti, la questione è stata vagliata anche dalla giurisprudenza amministrativa. In particolare, il Consiglio di Stato, con la decisione n. 4293/2008, ha stabilito che la fattispecie rientrante nella “lavoratrice non dipendente” deve comprendere anche la figura della casalinga. Quest’ultimo orientamento è stato recepito dall’INPS, che, con circolare 15 ottobre 2009 n. 112, ha rivisto la sua precedente interpretazione, dichiarando che la fruizione dei riposi giornalieri per il padre sia ammissibile quando ricorrono taluni impedimenti per la madre casalinga idonei ad ostacolare la stessa di dedicarsi alla cura del neonato, quali ad esempio, l’impegno in altre attività, l’effettuazione di accertamenti sanitari, la partecipazione a pubblici concorsi,
ecc., purché opportunamente documentati. Con la lettera circolare, il Ministero del Lavoro,
partendo proprio da quest’ultima indicazione dell’Inps, ha ritenuto di fornire ulteriori precisazioni. In pratica – si specifica nella circolare – essendo la ratio della norma in questione quella di far beneficiare il padre dei permessi per la cura del figlio nell’ipotesi in cui la madre, lavoratrice non dipendente, è impedita ad occuparsi del bambino, per tale fruizione – diversamente da come ha affermato l’INPS – è sufficiente che vi sia l’attestazione di impedimento da parte della madre, anche se casalinga, non essendovi nessuna norma che imponga alla stessa di indicare, di provare o documentare le ragioni che le impediscono di occuparsi del bambino.

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