COUNSELING

L’ A.T.I.C. (Assistenza e Tutela Interessi Collettivi),  sempre in linea con l’ obiettivo di migliorare la qualità della vita ha istituito un  servizio di Counseling.

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Il counseling non è una psicoterapia bensì un intervento basato sul sostegno alla persona che vive momenti di disagio esistenziale.

Esclude pertanto l’ambito  patologico (ad esempio disordini e disturbi di personalità) come settore d’intervento. Il counseling  ha come obiettivo principale il benessere e l’autonomia della persona affinchè possa prendere le proprie decisioni, originando così i cambiamenti che desidera e migliorando di conseguenza la qualità della sua vita. Tale intervento è svolto da professionisti  chiamati “counselor” che non sono psicologi né psicoterapeuti ma sono professionisti formati per questo tipo di intervento, presso Scuole di Counseling.  Secondo la definzione della BACP (British Association for Counselling and Psychotherapy) :”il counselor può aiutare la persona ad esaminare dettagliatamente le situazioni o i comportamenti che si sono rivelati problematici e trovare un punto piccolo ma cruciale da cui sia possibile originare qualche cambiamento. Qualunque approccio usi il counselor….lo scopo è l’autonomia dell’individuo: che possa fare le sue scelte , prendere decisioni e porle in essere”.

Il counseling è un tipo di intervento versatile poiché finalizzato al raggiungimento di obiettivi specifici e/o al sostegno durante l’autoesplorazione. E’  uno spazio di ascolto, condivisione  e riflessione in cui esplorare situazioni e aspetti critici, evidenziare punti di forza e trovare strategie per raggiungere uno stato di benessere generale e migliorare così  la qualità della vita. E’ in un certo senso, un” aiuto ad aiutarsi” poiché mira a restituire alla persona la ritrovata capacità di attingere alle proprie risorse interiori, riconquistando  autoefficacia  ed autodeterminazione.  Tale intervento può essere svolto con colloquio individuale , attraverso gruppi, con colloqui telefonici o gruppi on line.

Per informazioni e appuntamenti rivolgersi all’ A.T.I.C in P.zza della Radio ,14, tel. 06 5587860   e-mail: info@atic-roma.it

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L’EVASIONE FISCALE IN ITALIA. UNO STUDIO DEL KRLS.

Nel 2011 l’imponibile evaso in Italia è cresciuto del 13,1% con punte record nel nord dove ha raggiunto l’ 14,2%. In termini di imposte sottratte all’erario siamo nell’ordine del 51,1% pari a 180,3 miliardi di euro l’anno. La stima è stata effettuata da KRLS Network of Business Ethics per conto dell’Associazione Contribuenti Italiani .

Cinque sono le aree di evasione fiscale analizzate: l’economia sommersa, l’economia criminale, l’evasione delle società di capitali, l’evasione delle big company e quella dei lavoratori autonomi e piccole imprese.

La prima riguarda l’economia sommersa. L’esercito di lavoratori in nero si gonfia sempre di più è composto da circa 2,9 milioni di persone, molti dei quali cinesi o extracomunitari. In tale categoria sono stati ricompresi anche 850.000 sono lavoratori dipendenti che fanno il secondo o il terzo lavoro. Si stima un’evasione d’imposta pari a 34,3 MLD di euro.
La seconda è l’economia criminale realizzata dalle grandi organizzazioni mafiose italiane e straniere (Russia e Cina in testa) che, nel nord Italia è cresciuta nel 2011 del 18,7%. Si stima che il giro di affari non “contabilizzati” produca un’evasione d’imposta pari a 78,2 MLD di euro l’anno.

La terza area è quella composta dalle società di capitali, escluso le grandi imprese. Dall’incrocio dei dati è emerso che l’ 78% circa delle società di capitali italiane dichiara redditi negativi o meno di 10 mila euro o non versa le imposte. Molte di queste chiudono nel giro di 5 anni per evitare accertamenti fiscali o utilizzano “teste di legno” tra i soci o amministratori. In pratica su un totale di circa 800.000 società di capitali operative, l’ 81% non versa le imposte dovute. Si stima un’evasione fiscale attorno ai 22,4 MLD di euro l’anno.

La quarta area è quella composta delle big company. Una su tre ha chiuso il bilancio in perdita e non pagando le tasse. Inoltre il 94 % delle big company abusano del “transfer pricing” per spostare costi e ricavi tra le società del gruppo trasferendo fittiziamente la tassazione nei paesi dove di fatto non vi sono controlli fiscali sottraendo al fisco italiano 37,2 MLD di euro all’anno. Nel 2011, le 100 maggiori compagnie del paese hanno ridotto del 14% le imposte dovute all’erario.

Infine c’è l’evasione dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese dovuta alla mancata emissione di scontrini, di ricevute e di fatture fiscali che sottrae all’erario circa 8,2 miliardi di euro l’anno.

In testa nel 2011, tra le regioni, dove sono aumentati numericamente gli evasori fiscali, risulta:
la Lombardia, con +15,3%.
Secondo e terzo posto spettano rispettivamente
al Veneto con + 14,9% e l
l a Valle d’Aosta con +13,6%.
A seguire
la Liguria con +13,5%,
il Piemonte con 13,4%,
il Trentino con 13,1%,
il Lazio con +12,9%,
l’Emilia Romagna con +12,8%,
la Toscana con +12,6%, l
e Marche con +11,3%,
la Puglia con +10,6%,
alla Campania +8,0 %,
la Sicilia con +7,6%
e l’Umbria con +7,1%.

La Lombardia, anche in valore assoluto, ha fatto registrare il maggior aumento dell’evasione fiscale. In percentuale, il dato lombardo aumenta, nel 2010, di circa il 15,9%.

In Italia i principali evasori sono:
gli industriali (33,2%) seguiti
da bancari e assicurativi (30,7%),
commercianti (11,8%),
artigiani (9,4%),
professionisti (7,5%) e
lavoratori dipendenti (7,4%).

A livello territoriale l’evasione è diffusa soprattutto
nel Nord Ovest (31,4% del totale nazionale), seguito
dal Nord Est (27,1%).
dal Centro (22,2%) e
Sud (19,3%).

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UNA LETTERA A NAPOLITANO IN VISTA DEL 2 GIUGNO (da Sbilanciamoci.org)

Egregio Presidente,

nell’avvicinarsi della celebrazione della Festa della Repubblica, il prossimo 2 giugno ci permettiamo di scriverle ancora una volta per sollecitare e valorizzare un’altra forma di celebrazione, che non associ simbolicamente la nostra Repubblica alla sola forza militare.

Noi crediamo che celebrare la Festa della Repubblica sia anche e soprattutto il valorizzare le tante storie di chi ogni giorno si impegna per il bene del nostro paese, lavorando per la coesione sociale, costruendo storie di pace, di giustizia, di solidarietà.

Una scelta che esprime la volontà e le energie che il nostro Paese è in grado di mettere in campo e che prende le mosse dalla nostra Carta Costituzionale, scritta subito dopo il flagello del secondo conflitto mondiale e proprio per questo tesa al ripudio della guerra stessa. La stessa Costituzione ci indica come fondamento della nostra Repubblica sia la forza del lavoro, e non delle armi. Un lavoro che in questa fase di crisi manca a molti nostri concittadini e concittadine e che quindi è ancora più da valorizzare e celebrare. Perché sul lavoro si fonda il nostro vivere comune.

Noi desideriamo che si riportino al centro i valori fondanti della nostra Repubblica, rappresentati da quelle categorie sociali (vere e proprie forze vive dell’Italia) che hanno davvero il pieno diritto di essere celebrate in occasione del 2 giugno: le forze del lavoro, i sindacati, i gruppi delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del servizio civile.

In particolare questi ultimi sono ai nostri occhi elementi importanti da celebrare, come simbolo di chi quotidianamente permette al nostro Paese di andare avanti favorendo la coesione sociale e il supporto a quei diritti e servizi senza i quali non si può parlare di vera cittadinanza. Senza dimenticare – poi – che il Servizio Civile oggi è l’unico parziale elemento che riesce a concretizzare quella difesa “non armata” della Patria (prevista del nostro ordinamento) che costituisce una strada innovativa e a noi cara di assolvere al dovere previsto dalla nostra Costituzione all’articolo 52 (Lo ha ribadito in più occasioni anche la Corte Costituzionale).

E quindi tutte le realtà del mondo del Servizio Civile, come negli anni passati, vogliono partecipare a questi festeggiamenti, ricordando il valore della Pace, l’impegno per la giustizia, la ricerca del dialogo, la pratica della nonviolenza soprattutto in questo momento di crisi dove le povertà, le disuguaglianze e le ingiustizie sembrano frantumare ed aumentare la disgregazione sociale sia nel nostro paese che nel resto del mondo.

A 40 anni dalla legge 772 è importante non disperdere – soprattutto nell’attuale momento storico – il patrimonio dell’obiezione di coscienza e della nonviolenza riproponendolo in forme rinnovate e ribadire il valore dell’esperienza di servizio civile nazionale come pratica di costruzione della pace, di rispetto della dignità umana, di riconciliazione pacifica, di ricucitura del tessuto sociale ed umano, pratica di cittadinanza.

Vogliamo festeggiare la festa della Repubblica per riaffermare che solo attraverso l’impegno di tanti si può costruire un paese coeso e solidale, dove la pace è declinata nei tanti piccoli gesti di responsabilità, disponibilità, di dialogo, di ricerca delle ragioni dello stare insieme.

Per tutte queste motivazioni a Lei Presidente della Repubblica chiediamo, viste anche le attuali necessità di sobrietà, di festeggiare la nostra Repubblica senza spendere un euro, valorizzando l’impegno quotidiano di giovani ed enti che al di là della retorica e delle manifestazioni pubbliche sanno calarsi dentro le ferite dei nostri territori e delle nostre comunità e costruire storie di speranza, libertà e democrazia.

Da parte nostra ci impegniamo a rendere vivo il 2 giugno su tutti i territori in cui le nostre realtà sono presenti, per celebrare nelle nostre sedi e con le nostre attività l’Italia che “ripudia la guerra”: apriremo le nostre porte nello spirito dell’articolo 11 della nostra Costituzione. Un passaggio importante anche per cambiare i simboli (che sono rilevanti per il vivere comune) legati a questa che non è la Festa delle Forze Armate ma di tutta la Repubblica.

E cercheremo inoltre di valorizzare le storie di tanti giovani che hanno scelto di mettersi al servizio del bene comune, dei nostri territori e delle nostre comunità. Giovani che dal sud al nord del nostro paese, in ambiti diversi d’intervento, testimoniano con vivacità ed entusiasmo una voglia di mettersi in gioco e di rendersi protagonisti che riteniamo preziosa per il presente e il futuro di questa nostra Patria.

Il 2 giugno dunque – e sarebbe importante un Suo Patrocinio a riguardo – le nostre organizzazioni terranno aperte le proprie sedi in tutta Italia per incontrare i cittadini mentre i giovani in servizio civile nazionale si recheranno nei Comuni colpiti dal terremoto emiliano del Maggio 2012. Un modo aperto per testimoniare il contributo concreto che il Servizio Civile nazionale porta alla coesione sociale e alla difesa del Paese.

Infine, diversi di noi si ritroveranno in quella giornata a Roma per festeggiare la Repubblica con le categorie già prima ricordate: le forze del lavoro, i sindacati, i gruppi delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri…

Ci piacerebbe poterLa incontrare, per condividere anzitutto con Lei questo grande abbraccio all’Italia che tutti vogliamo dare.

Rete Italiana per il Disarmo – Controllarmi

Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile – CNESC

Forum Nazionale per il Servizio Civile – FNSC

Tavolo Interventi Civili di Pace – ICP

Campagna Sbilanciamoci!

Oltre alle suddette reti di organismi, promotrici nel proprio complesso di questa lettera, sottoscrivono l’invio

ABCS – Associazione Bertoni per la Cooperazione e lo Sviluppo del Terzo Mondo

ACCRI – Associazione di Cooperazione Cristiana Internazionale per una cultura di solidarietà tra i popoli

ACLI

ADP – Amici dei Popoli

AIFO – Associazione Italiana “Amici di Raoul Follereau”

AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla

ALM – Associazione Laicale Missionaria

ALMA onlus ASSOCIAZIONE LAICA MONTFORT Un cuore per l’AFRICA

AMAHORO onlus

Anpas – Associazione Nazionale Pubbliche Assistenze

ANSPI – Associazione Nazionale San Paolo Italia

ARCI

ARCI Servizio Civile

Associazione Cultura della Pace

ASAL – Associazione Studi America Latina

ASI – Associazione Sanitaria Internazionale

ASPEm – Associazione Solidarietà Paesi Emergenti

Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII

Associazione culturale di volontariato SERIO

Associazione Obiettori Nonviolenti

Assopace

Assopace Palestina

AUCI – Associazione Universitaria per la Cooperazione Internazionale

AVAZ – Associazione Volontari per lo Sviluppo dei Popoli

AVIS Nazionale

Beati i Costruttori di Pace

Campagna Italiana contro le Mine

Caritas Italiana

Casa per la Pace Milano

CEFA – Comitato Europeo per la Formazione e l’Agricoltura

CeLIM – Centro Laici Italiani per le Missioni – Milano

CELIM Bergamo – Organizzazione di Volontariato Internazionale Cristiano

Centro Studi Difesa Civile

CESC – Coordinamento Enti Servizio Civile

CIPSI – Coordinamento di Iniziative Popolari di Solidarietà Internazionale

CISV – Comunità Impegno Servizio Volontariato

CLMC – Comunità Laici Missionari Cattolici

CMSR – Centro Mondialità Sviluppo Reciproco

CNCA – Coordinamento Nazionale Comunità d’Accoglienza

COE – Centro Orientamento Educativo

COMI – Cooperazione per il mondo in via di sviluppo

Comitato “Danilo Dolci” Trieste

COMIVIS – Comunità Missionaria di Villaregia per lo Sviluppo

Commissione Giustizia e Pace Conferenza Istituti Missionari in Italia

Comunità in dialogo

Confederazione Nazionale Misericordie d’Italia

Cong. P.S.D.P. Ist. Don Calabria

Cooperazione e Sviluppo

Coordinamento Comasco per la Pace

COPE – Cooperazione Paesi Emergenti

CPS – Comunità Promozione e Sviluppo

CVCS – Centro Volontari Cooperazione allo Sviluppo

CVM – Comunità Volontari per il Mondo

Diaconia Valdese

ENGIM Ente Nazionale Giuseppini del Murialdo

EsseGielle – Solidarietà Giustizia Libertà Cooperazione Internazionale

Federazione SCS/CNOS Salesiani per il sociale

Federsolidarietà ConfCooperative

Fish onlus

Focsiv Volontari nel mondo – Federazione Organismi Cristiani Servizio Internazionale Volontariato

FON.SIPEC. Fondazione Sipec

Fondazione Aiutiamoli a Vivere

Fondazione Don Carlo Gnocchi onlus

Fondazione Fontana Onlus

GVS – Gruppo Volontariato Solidarietà

IBO Italia – Associazione Italiana Soci Costruttori

INSIEME SI PUO’ Associazione Gruppi “Insieme si può…” onlus

IPSIA – Istituto Pace Sviluppo Innovazione – ACLI

KABIA Soc.Coop. Soc. Kabìa – Luogo comune

Laboratorio Urbano Reset

Libera – Associazioni nomi e numeri contro le mafie

Lunaria

LVIA – Associazione Internazionale Volontari Laici

Mani Tese

MLFM – Movimento per la lotta contro la fame nel mondo

MMI – Medicus Mundi Italia

Mondo senza Guerre e senza Violenza

MOCI – Movimento per la Cooperazione Internazionale

Movimento Internazionale per la Riconciliazione

Movimento Nonviolento

Movimento Shalom onlus

MSP – Movimento Sviluppo e Pace

OPAL – Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa

OSVIC – Organismo Sardo di Volontariato Internazionale Cristiano

OVCI La Nostra Famiglia Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale

OVERSEAS Organizzazione per lo sviluppo Globale di Comunità in Paesi Extraeuropei

Pax Christi

PdF – Punto di Fraternità

PRO.MOND. Progetto Mondialità

PROCLADE Proclade Internazionale onlus

PRODOCS – Progetto Domani: Cultura e Solidarietà

ProgettoMondo Mlal

Reorient Onlus

Rete degli Studenti Medi

RTM – Reggio Terzo Mondo

SCAIP – Servizio Collaborazione Assistenza Internazionale Piamartino onlus

Scuola di Pace Reggio Emilia

SOLIDAUNIA La Daunia per il mondo

SVI – Servizio Volontario Internazionale

Tavola della Pace Friuli Venezia Giulia

Un ponte per…

Unione degli Universitari

UNPLI – Unione Nazionale Pro Loco d’Italia

UVISP Assisi – Unione Volontariato Internazionale per lo Sviluppo e la Pace

VIDES – Volontariato Internazionale Donna Educazione Sviluppo

VISBA – Volontari Internazionali Scuola Beato Angelico

VISPE – Volontari Italiani per la Solidarietà ai Paesi Emergenti

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IL FINANZIAMENTO PUBBLICO DELLA SCUOLA PRIVATA (di Paolo Palazzi)

Il problema della qualità del sistema educativo

Provvedimenti del governo a favore delle scuole private comportano sicuramente un contributo a carico dello stato e sono quindi in netto contrasto con la Costituzione. Penso però che non sia questo il vero  problema (si potrebbe sempre cambiare la Costituzione), ma quanto, se e come questa spesa pubblica a favore delle scuole private tenderà a cambiare, migliorare o peggiorare nel suo complesso il sistema educativo in Italia. Le previsioni di miglioramento si basano su due ipotesi:

a) Nella prima ipotesi la spesa dovrà essere aggiuntiva rispetto a quella destinata alla scuola pubblica. Un aumento di spesa, per avere effetti positivi sul sistema educativo, deve essere tale da portare a un aumento o a un miglioramento netto del servizio scolastico complessivo e non a una semplice diminuzione e sostituzione di spesa per le famiglie che usano la scuola privata. Ho molti dubbi che questo possa avvenire: la mia impressione è che chi usufruirà delle agevolazioni molto probabilmente utilizzerà l’aumento del reddito per fini extra scolastici e quindi di fatto si tratterà non di spesa per educazione, ma di trasferimenti di reddito a favore delle famiglie che utilizzano la scuola privata (in genere più benestanti della media). Un’alternativa potrebbe essere quella di una possibile crescita del numero di famiglie che utilizzano la scuola privata: in questo caso si potrebbe avere un aumento di spesa privata per il servizio scolastico dovuto al fatto che il servizio educativo privato costerà comunque somme aggiuntive alle famiglie. Nell’ipotesi, non sempre vera, di una migliore efficienza e qualità delle scuole private rispetto a quelle pubbliche, si avrebbe un miglioramento del sistema educativo. Rimane il problema di dove reperire le risorse pubbliche che, specialmente nel caso di un aumento di ricorso delle famiglie alla scuola privata, sarebbero difficilmente prevedibili nel loro ammontare e nella loro dinamica temporale. In un periodo come quello attuale, è indubbiamente legittimo il sospetto che si tenderà a fare ricorso allo spostamento di risorse dalla scuola pubblica verso la scuola privata, con conseguenze che aggraverebbero quantitativamente e qualitativamente la già disastrosa situazione del sistema educativo pubblico, che molto difficilmente potrebbe essere compensata da un ampliamento della scuola privata. In questo caso avremo quindi un peggioramento netto del sistema educativo italiano.

b) Nella seconda ipotesi si fa riferimento all’aumento di concorrenza fra scuola pubblica e privata. I provvedimenti di sostegno alla scuola privata potrebbero introdurre un meccanismo di competizione, quindi più concorrenza fra scuola pubblica e privata che porterebbe forse a un complessivo miglioramento del servizio scolastico. Perché ciò possa avvenire bisogna che la parità sia non solo e non tanto nel costo e quindi nelle risorse disponibili, quanto nelle normative relative alla gestione. Chiunque abbia avuto un contatto con la scuola pubblica sa che una non secondaria parte della sua inefficienza è dovuta a regole e regolamenti burocratici disastrosi, con autonomia di gestione e possibilità di intervento sulle strutture, sul personale e sulla possibilità di reperimento di risorse aggiuntive praticamente nulle. I meccanismi di funzionamento della scuola pubblica sono vincolati in modo centralistico e burocratico e nella maggior parte dei casi senza la possibilità di trovare un interlocutore attendibile. Basti pensare che su una singola scuola hanno contemporaneamente varie, e spesso imprecisate e sovrapposte, competenze: il ministero, la regione, la provincia, il comune, il provveditorato, i distretti scolastici e infine presidi, direttori e consigli di gestione vari! Una effettiva possibilità di concorrenza può avere senso soltanto se si affronta seriamente e complessivamente una riforma scolastica basata sull’autonomia di gestione e sulla responsabilizzazione normativa ed economica delle singole scuole.

Il problema del pluralismo

Un altro problema più complesso riguarda l’impostazione culturale del sistema educativo. Con il servizio pubblico è possibile (almeno teoricamente) costruire un sistema educativo pluralistico, nel senso che la notevole limitazione nella possibilità di scelta del tipo di scuola e degli insegnanti da parte delle famiglie ha portato a una aggregazione di studenti e docenti abbastanza casuale e pluralistica, sia dal punto di vista sociale che di impostazione culturale. La scuola privata, così come è nata e come è in tutto il mondo, si basa invece sul criterio opposto: quello della omogeneizzazione tra struttura familiare e struttura educativa, e il pluralismo si verifica soltanto nella possibilità di scelta tra il ventaglio delle varie aggregazioni omogenee. Sono due concezioni totalmente opposte: la prima si basa sulla prevalenza dei valori di eguaglianza, tolleranza, confronto, scontro critico e nell’accettazione delle diversità culturali rispetto a predefiniti valori familiari; la seconda, al contrario, si basa sulla prevalenza della tradizione familiare e sull’istituzionalizzazione della separazione dei valori, delle culture, delle etnie e dei ceti sociali, questo anche indipendentemente dal fatto che tale separazione avvenga realmente. La cosa a mio avviso è molto pericolosa, sia dal punto di vista culturale che politico e sociale. Anche se è difficile che un semplice finanziamento pubblico possa stravolgere completamente la natura del nostro sistema educativo, aver presente quali pericoli si corrono è di importanza vitale.

Il buono scuola

Un punto chiave di coloro che invocano un sostegno paritario per la scuola privata è che si tratta «un campo nel quale i principi di libertà individuale vanno difesi a ogni costo» (Franco Cardini, intervento sulla rivista Golem [http://www.golemindispensabile.it/]). In Italia ognuno dovrebbe essere libero di organizzare e far frequentare ai propri figli una scuola i cui insegnanti siano “seri” seguaci del mago di Arcella, o, come scrive il professor Cardini, di preferire «insegnanti sul serio cattolici», oppure, come fortunatamente nessuno sostiene, una scuola di insegnanti veri marxisti. Il problema della libertà si potrà concretizzare soltanto se, dal punto di vista dei costi diretti e indiretti delle famiglie, ci sia parità. Uno dei modi, caldeggiato dal professor Cardini, potrebbe essere quello del “buono scuola”, attraverso il quale lo stato attribuirebbe a ciascuna famiglia una “somma” da spendere liberamente sul mercato scolastico nel quale siano presenti tutti i possibili tipi di scuole. Se il mercato è veramente libero le scuole migliori vinceranno e tutti, famiglie e stato, saranno contenti. Credo che esistano complicazioni burocratiche e organizzative assolutamente insormontabili affinché un tale proposito possa essere messo in pratica, ma mettiamole da parte; come da parte possiamo mettere i problemi relativi a un tipo di sistema scolastico a “macchia di leopardo ideologica” ed entriamo nel cuore della proposta. Un sistema come quello proposto dal professor Cardini e in genere dai liberisti di varia natura, che voglia mantenere un minimo di decenza, dovrebbe obbligatoriamente, come lo stesso Cardini riconosce, instaurare un rigido sistema di controllo qualitativo e non ideologico. Il problema è tutto qui: è possibile in un sistema scolastico organizzato per gruppi omogenei politici, ideologici, culturali, religiosi, razziali, per colore degli occhi o dei capelli, ecc., costruire degli standard qualitativi validi per tutti? Pensa il professor Cardini che ci sia una qualche possibilità di indicatori di qualità comuni fra scuole gestite da integralisti islamici, massoni, testimoni di Geova, Opus Dei, Centri sociali, ecc.? Credo che, oltre al fatto che dentro le scuole non si uccidano o violentino gli studenti, altro standard qualitativo comune sia difficile da trovare. A meno che non si consideri la possibilità di standard qualitativi basati su principi comuni di base della società legati a documenti condivisi quali la Costituzione, ma allora questi ci sono già e sono rappresentati dal sistema educativo pubblico, nel quale le scuole private parificate costituiscono una limitata eccezione di origine storica.

Quindi, riprendendo le parole finali del professor Cardini che recitano: «non mi interessa nulla se questa possa venire giudicata un posizione di destra o di sinistra», direi che esiste una terza alternativa, quella delle posizioni e idee sbagliate, e quella dei “bonus” scolastici ne è un esempio.

(tratto da : Paolo Palazzi, L’economia come scienza sociale e politica, Aracne, Roma 2010 )

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UN ARTICOLO DAL KEYNESBLOG

http://keynesblog.com/2013/04/03/occupazione-keynes-contro-i-neoclassici-for-dummies/

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DEBITO PUBBLICO: PERCHE’ NO? (di Paolo Palazzi)

* il rapporto tra il disavanzo pubblico e il prodotto interno

lordo non deve essere superiore al 3%;

* il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno

lordo non deve essere superiore al 60%;

(Dai 5 criteri di convergenza del Trattato di Maastricht.)

Alcuni dati di fatto

1) Ultimamente perfino alcuni economisti hanno riscoperto che l’aumento di ricchezza, materiale o immateriale, proviene dall’attività umana (capitale umano, capacità imprenditoriale, contesto sociale, normative, rapporti sociali, cultura del lavoro, ecc.).

2) La produzione di ricchezza all’interno dei processi produttivi delle imprese sempre picondizionata, nel suo livello e nella sua dinamica, da fattori di carattere esogeno, esterni cioè alla struttura tecnologica e organizzativa dell’impresa.

3) è andata continuamente aumentando nel mondo la quantità di moneta che svolge il compito di riserva di valore, cioè che non prevede un utilizzo immediato e diretto del suo potere di acquisto, ma che invece, in diverse forme e per diversi motivi, rappresenta un accumulo per un probabile utilizzo in un futuro non ben determinato.

4) I gestori di questa massa di moneta hanno una impellente necessità, come minimo di mantenere costante il potere di acquisto, ma senza dubbio anche quello di far fruttare questo denaro, se non altro per pagare le proprie parcelle e profitti.

5) Le capacità e possibilità di un assorbimento di tale massa di denaro in investimenti reali e produttivi da parte di privati è limitata, senza dubbio insufficiente: soprattutto, la domanda di risorse per attività di investimento non è legata alla dinamica del mercato monetario, ma segue regole e modelli spesso asimmetrici rispetto all’offerta di prestiti produttivi.

6) La ricerca disperata di un rendimento porta a movimenti speculativi veloci e a breve termine in tutte le parti del mondo, fenomeno che provocherà prima o poi guai enormi, anche se nessuno sa prevedere come e quando.

7) Tutti i paesi, tutte le teorie economiche dominanti, tutte le istituzioni economiche internazionali, tutti i governi e quasi tutte le forze sociali e politiche incitano a perseguire e perseguono una politica di riduzione della spesa pubblica, dei deficit e del debito pubblico.

8) La riduzione assoluta o dei tassi di incremento dei debiti pubblici porterà tendenzialmente a ridurre la possibilità di investimenti finanziariattraverso l’acquisto di debito pubblico. Inoltre, tutti gli aspetti esogeni del punto 2 che favoriscono l’aumento di produttività e della capacità di produrre ricchezza non sono, se non in piccola parte, gestibili attraverso interventi privati, ma solo attraverso contributi diretti o indiretti della spesa pubblica. Quindi i tagli di spesa influiscono pesantemente in modo negativo sulla dinamica della produttività.

Mia convinzione è che un aumento generalizzato della spesa pubblica finanziata da un aumento del debito pubblico possa essere utile per uscire da questo meccanismo perverso di instabilità monetaria mondiale e di recessione strisciante.

Eventuali vantaggi di un aumento del debito pubblico

a) Contribuirebbe all’assorbimento di medio-lungo periodo di una massa monetaria crescente e instabile.

b) Permetterebbe un aumento di spesa pubblica senza un aumento della tassazione, anzi potrebbe favorirne una eventuale diminuzione.

c) Farebbe smettere la folle rincorsa a una diminuzione della spesa pubblica e ai suoi effetti devastanti sullo sviluppo sociale ed economico dei paesi.

d) L’aumento di spesa pubblica e la diminuzione della tassazione potrebbe svolgere la doppia funzione: quella di breve periodo, di tipo keynesiano, di un aumento di domanda, quella di lungo periodo di una efficientizzazione delle esternalità produttrici di ricchezza attraverso uno stimolo all’aumento della produttività sociale di breve e lungo periodo.

e) Potrebbe proporre un rendimento sicuro e garantito ai possessori di debito pubblico senza necessità di un aumento dei tassi.

f) L’effetto netto potrebbe essere quello di una costanza del rapporto Debito/Pil, Deficit/Pil, Spesa pubblica/Pil a causa di uno stimolo alla crescita del reddito.

Eventuali svantaggi di un aumento del deficit pubblico

Ecco un elenco degli eventuali problemi legati ad un aumento del deficit pubblico.

a) Sfiducia del mercato relativamente alla sostenibilitˆ del debito.

b) Tensioni inflazionistiche dovute a un aumento di domanda pubblica

e quindi tassi di interesse necessariamente crescenti.

c) Improduttività della spesa pubblica.

d) Incapacità dello stato di gestire la spesa in modo efficiente.

e) Diminuzione (spiazzamento) degli investimenti privati a causa dell’assorbimento di risparmio da parte dello stato.

f) Impraticabile senza un coordinamento a livello mondiale o quantomeno europeo.

Sono verosimili gli svantaggi? Analizziamoli punto per punto.

a) Sostenibilità del debito. La cosa non è convincente; non si capisce perché i risparmiatori debbano rifiutare la fiducia allo stato, mentre tale fiducia la dovrebbero riporre, non garantiti, alle imprese (grandi assorbitrici di risparmio) i cui bilanci e le cui valutazioni del capitale azionario sono quantomeno misteriosi se non truffaldini, alle banche (dalla gestione spesso clientelare e fallimentare) e ai gruppi finanziari (che parlano solo di rendimenti passati e sul futuro non garantiscono nulla). Può essere convincente soltanto con il confronto con debiti pubblici di altri paesi, in questo caso tale sfiducia si concretizzerebbe in tassi di interesse sul debito più elevati.

b) Inflazione. Con un tasso di disoccupazione medio attorno al 10%, in quasi tutti i paesi un aumento controllato e diversificato della domanda pubblica potrebbe abbastanza facilmente non essere inflazionistico.

c) Improduttività. é la più grossa balla degli anni Novanta. Non si capisce assolutamente per quale motivo gli investimenti pubblici debbano essere meno produttivi di quelli privati. Sembra un dogma indiscutibile, in realtà in molti casi alcuni investimenti necessari alla crescita possono essere solo pubblici, ciò significa che in questo caso la produttività del privato sarebbe nulla. C’è un vantaggio in più che ha la spesa pubblica rispetto al privato: non solo la spesa per investimenti, ma anche la spesa pubblica corrente, specialmente quella sociale, può avere un impatto positivo enorme sulla produttività del sistema economico e sulla sua dinamica. Il fatto che esistano nicchie, anche rilevanti, di parassitismo e spreco, non ha nulla a che vedere con la teoria degli effetti complessivi della spesa pubblica e dei servizi pubblici fondamentali.

d) Efficienza. Può essere possibile una programmazione efficiente della spesa pubblica? Le recenti esperienze hanno mostrato, a mio parere in modo inequivocabile, che in un periodo di tagli si tende a ridurre, se va bene, sia la spesa pubblica efficiente che quella parassitaria e di puro spreco. Invece può darsi che, rallentando queste pressioni alla riduzione, possa essere più facile e quindi possibile un miglioramento del’efficienza attraverso una maggiore flessibilità nell’azione di gestione della spesa pubblica. La lotta allo spreco non si fa con i tagli generalizzati di spesa, al contrario tale politica ha spesso fatto aumentare gli sprechi e l’inefficienza. Tanto che in seguito potrà essere difficile rimediare ai danni fatti.

e) Spiazzamento investimenti. Anche questa è la riproposizione di un approccio teorico alle cui basi stanno ipotesi molto restrittive e irrealistiche, ma che vengono completamente dimenticate quando si traducono in consigli di politica economica. In realtà gli investimenti dipendono solo in parte dall’accesso al credito, ma soprattutto la possibilità di accesso al credito delle imprese attualmente non è limitata dalla disponibilità di liquidità che al contrario è in eccesso.

La spesa pubblica attraverso gli investimenti pubblici, ma non solo, può invece essere un grosso stimolo agli investimenti privati e alla crescita.

f) Politica europea. Questo è un problema, anzi il problema, serio.

Una politica di spesa espansiva in deficit con tutta probabilità non può funzionare per un solo paese europeo. Ma ciò non toglie che rimanga un ragionamento giusto anche se da tenere nascosto specialmente da parte di un economista.

(contributo tratto da: Paolo Palazzi “L’economia come scienza sociale e politica”, Aracne, Roma 2010 )

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L’AUSTERITY SECONDO L’ECONOMISTA PAUL KRUGMAN

L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza. Il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.

di Paul Krugman

È raro che i dibattiti economici si concludano con un ko tecnico. Tuttavia, il dibattito che oppone keynesiani ai fautori dell’austerità si avvicina molto a un simile esito.
Quanto meno a livello ideologico. La posizione pro-austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, ma gli studi accademici invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità.

Due grandi interrogativi, tuttavia, persistono. Il primo: come ha potuto diventare così influente la dottrina dell’austerity? E il secondo: cambierà la policy, adesso che le rivendicazioni fondamentali dei sostenitori dell’austerità sono diventate oggetto di battute nei programmi satirici della terza serata?

Riguardo alla prima domanda: l’affermazione dei fautori dell’austerità all’interno di cerchie influenti dovrebbe infastidire chiunque ami credere che la policy si debba basare sull’evidenza dei fatti, o essere da questi fortemente influenzata.
Dopotutto i due principali studi che forniscono all’austerity la sua presunta giustificazione intellettuale — quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull’“austerità espansiva”, e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica “soglia” del novanta percento del rapporto debito/Pil — sono state ferocemente criticati già all’indomani della loro pubblicazione.

Gli studi, inoltre, non hanno retto a un attento scrutinio. Verso la fine del 2010 il Fondo monetario internazionale aveva rivisto Alesina-Ardagna ribaltandone le conclusioni, mentre molti economisti hanno sollevato interrogativi fondamentali sulla tesi di Reinhart-Rogoff ben prima di venire a sapere del famoso errore nella formula di Excel. Intanto, gli eventi nel mondo reale — la stagnazione in Irlanda (l’originario modello dell’austerity) e il calo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, che avrebbero dovuto trovarsi di fronte a una crisi fiscale imminente — hanno rapidamente svuotato di significato le previsioni del fronte pro-austerity.

E tuttavia, la teoria a favore dell’austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull’élite. Perché? La risposta è sicuramente da ricercare in parte nel diffuso desiderio di voler interpretare l’economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza. Né le tesi economiche né la constatazione che oggi a soffrire non sono certo gli stessi che negli anni della bolla hanno “peccato” bastano a convincerli che le cose stanno diversamente.

Ma non si tratta di opporre semplicemente la logica all’emotività. L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza.
Dopotutto, cosa chiede la gente a una policy economica? Come dimostrato da un recente studio condotto dagli scienziati politici Benjamin Page, Larry Bartels e Jason Seawright, la risposta cambia a seconda degli interpellati. La ricerca mette a confronto le aspettative nutrite riguardo alla policy dagli americani medi e da quelli molto ricchi — e i risultati sono illuminanti.

Mentre l’americano medio è per certi versi preoccupato dai deficit di budget (cosa che non sorprende, considerato il costante incalzare dei racconti allarmistici diffusi dalla stampa), i ricchi, con un ampio margine, considerano il deficit come il principale problema dei nostri giorni. In che modo dovremmo ridurre il deficit nazionale? I ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza — ovvero sui “programmi assistenziali” — mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata.

Avete capito: il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.
Gli interessi dei ricchi sono forse di fatto agevolati da una depressione prolungata? Ne dubito, dal momento che solitamente un’economia prospera è un bene per tutti. Ciò che invece è vero, è che da quando abbiamo optato per l’austerità i lavoratori vivono tempi cupi, ma i ricchi non se la passano così male, avendo tratto vantaggio dall’incremento dei profitti e dagli aumenti della Borsa a dispetto del deteriorare dei dati sulla disoccupazione. L’un per cento della popolazione non auspica forse un’economia debole, ma se la passa sufficientemente bene da rimanere arroccato sui propri pregiudizi.

Tutto ciò suscita una domanda: quale differenza produrrà di fatto il crollo intellettuale della posizione pro-austerità? Sino a quando ci atterremo a una politica dell’un per cento, voluta dall’un per cento a vantaggio dell’un per cento, forse assisteremo solo a nuove giustificazioni delle solite, vecchie policy.
Spero di no; mi piacerebbe poter credere che le idee e l’evidenza dei fatti contino, almeno in parte. Cosa farò altrimenti della mia vita? Immagino però che ci toccherà vedere sino a dove ci si può spingere pur di dare una giustificazione al cinismo.

da Repubblica, 27 aprile 2013

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